mercoledì, 23 dicembre 2009, ore 08:25

mauro biani

Caro Papi Natale,

anche quest’anno non ho assunto stallieri, non ho subìto 106 processi, non sono stata nella dacia di Putin e nemmeno nella escort di Tarantini, non ho avuto Capezzone come portavoce, non ho costruito il Ponte sullo Stretto, il Mose e quattro centrali nucleari (se è per quello nemmeno Lei), non ho fatto lifting e tricotrapianti, non ho sei tv, non mi sono iscritta alla P2, non ho pagato tangenti, non ho evaso il fisco e non me ne faccio nulla di scudo fiscale, lodo, processo breve, legittimo impedimento e immunità parlamentare, non ho creato un milione di posti di lavoro (intendeva dire in meno?), non ho raccomandato veline e piazzato velinari alla direzione del Tg1, non ho tagliato le tasse (Lei invece sì?), non ho corrotto avvocati e non ho 100 avvocati, non sono perseguitata dalle toghe rosse, dalla stampa rossa e dalle rosse, non ho fondato un partito insieme a Dell’Utri (che è un organizzatore di primo grado), non ho tenuto minorenni sulle ginocchia, non sono stata unta dal signore, non mi sono fatta da sola e non mi sono fatta neanche in compagnia, non ho palpato operaie russe, non ho fatto le corna a una foto di gruppo (a dire il vero sì, ma era in terza elementare!), non sono stata la migliore statista italiana degli ultimi 150 anni, non ho fatto sesso tre ore a notte (purtroppo) e non ho cantato con Apicella (per fortuna), non ho lanciato editti bulgari, non ho nominato Bondi ministro, non ho messo la Carfagna alle Papi Opportunità dopo un esame scritto (il calendario?) e la Gelmini all’Istruzione dopo un esame orale (…), non ho rischiato di vincere il Nobel per la Pace (perché, Lei sì?), non ho una squadra di calcio e non prendo a calci la Costituzione…

Non voglio tediarLa oltre: lo so, sono stata una buona a nulla. E non avendo fatto e detto tutto quello che ha fatto e detto Lei non posso aspirare non dico alla Presidenza del Consiglio, ma nemmeno a un posticino di assessore al municipio di Baranzate. Però, siccome Lei è buono, mi permetto comunque di chiederle un regalo per Natale. Qui ci sono 101 domande per Lei. Risponda! Permetterà (forse) a me e a noi tutti di capire come ha fatto a diventare Silvio Berlusconi e come l’Italia possa essersi consegnata a Lei!

(clicca qui per scaricare la versione integrale del libro Caro Papi Natale, con gli interventi di Bossi, Feltri, Belpietro Vespa e Minzolini, oppure clicca qui per andare direttamente alle 101 domande. E fai girare il più possibile in rete le domande a Berlusconi)

 

Buon Natale a tutti!!

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categoria : amici
giovedì, 03 dicembre 2009, ore 15:18

Gli eredi dello stalliere di Arcore possiedono due cooperative a Milano. Dove il boss latitante Nicchi avrebbe incontrato loro parenti e dipendenti. Anticipazione dell’articolo di Paolo Biondani, in edicola domani sull’Espresso.

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Per Marcello Dell’Utri è «un eroe», morto in carcere pur di non accusare ingiustamente lui e Berlusconi. Per i magistrati, invece, era un boss di Cosa nostra, trafficante di eroina già nel 1980 e mandante di omicidi anche nei primi anni ’90. Sembra una storia del passato, quella di Vittorio Mangano, il pregiudicato palermitano che a metà degli anni Settanta lavorò e abitò per lunghi mesi con la sua famiglia nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore. Un vecchio affare di mafia che continua a contrapporre le verità comprovate da giudici come Giovanni Falcone e l’innocentismo di Berlusconi e Dell’Utri, che è tornato a definirlo «eroico» anche pochi giorni fa. Ora, però, c’è una nuova ondata di indagini che riporta in prima linea il clan di Mangano. Una svolta che non nasce dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, chiamato a deporre in appello dopo la condanna a nove anni inflitta a Dell’Utri in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Le nuove inchieste riguardano i boss di oggi. E chiamano in causa gli eredi del padrino morto nove anni fa. I suoi parenti più stretti.

 Loredana Mangano, la figlia maggiore di Vittorio, è cresciuta al Nord,  ma ha sposato un siciliano doc, Enrico di Grusa, arrestato il 17 giugno ’98, dopo quattro mesi di clandestinità a Milano, e condannato per mafia e droga. Ora anche suo fratello, Alessandro Di Grusa, è stato condannato a 12 anni. Il tribunale di Palermo, pochi giorni fa, lo ha dichiarato colpevole di aver favorito la latitanza di Giovanni Nicchi, un boss che a soli 28 anni è considerato dai pm «l’astro nascente di Cosa nostra». Alleato con le storiche famiglie italo-americane, le stesse con cui Vittorio Mangano gestiva i traffici di eroina della «Pizza connection», Nicchi ha tentato una clamorosa scalata alla Cupola, scontrandosi con i Lo Piccolo. Tuttora è nella lista dei 30 latitanti più pericolosi. E ora si scopre che si era nascosto a Milano. Protetto dal cognato di Loredana Mangano. 

A parlare di Nicchi sono almeno tre nuovi pentiti, ma la condanna di Di Grusa si fonda anche su riscontri fotografici. Tutto parte dalla spettacolare rapina del 2008 alla gioielleria Damiani di Milano. I capi della banda sono siciliani. E a un arrestato la polizia sequestra le foto di una festa con Nicchi a Milano. Qui, secondo i pentiti, il latitante ha incontrato, oltre al cognato, alcuni dipendenti di Loredana Mangano. Con le sorelle Cinzia e Marina e con la madre Maria Anna Imbrociano, infatti, la figlia di Vittorio Mangano controlla due cooperative, la Cgs New Group e la Csi Milano,  con sede in via Romilli. Nel 2008 hanno incassato 3 milioni con appalti di ortofrutta, pulizia e trasporto merci. Gli uffici sono disegnati da un architetto alla moda. La filiale di Palermo, gestita da Marina Mangano, è allo stesso indirizzo da cui il padre, 29 anni fa, parlava di cavalli con Dell’Utri. Il sito internet è ricco di citazioni sulla qualità dei «prodotti bio» e la «professionalità del personale». Come direttore tecnico della Cgs figura però Daniele Formisano, cugino delle sorelle Mangano, assunto dopo aver scontato una condanna per 300 chili di droga. Fino all’anno scorso la Cgs aveva sede in viale Ortles 16, allo stesso indirizzo di una cooperativa omonima, liquidata da un ex collaboratore, Giuseppe Porto. Un uomo dai mille contatti. Dieci anni fa era il braccio destro di un amico di Dell’Utri: un imprenditore messinese condannato per corruzione. Nei mesi scorsi incontrava un manager calabrese ora a processo per la cocaina all’Ortomercato. Ma la polizia ha riconosciuto Porto anche nella foto degli amici siciliani che nel 2000 portavano la bara ai funerali di Vittorio Mangano.

Rassegna stanca.

Titoli di Coda

“Stipendi Rai nei titoli di coda”, ripetono in coro tutti i giornali riportando la proposta di Renato Brunetta di mostrare alla fine di ogni programma quanti soldi s’è messo in tasca il bravo presentatore, da Bruno Vespa in giù. Aggiungo demagogia alla demagogia brunettiana: perché limitarsi ai compensi? Nei titoli di coda si potrebbero mettere anche altreb informazioni utili. Che so, una cosa del tipo, Augusto Minzolini, direttore Tg1, stipendio annuale 350mila euro, berlusconiano, cavalier servente del Cavaliere…

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martedì, 01 dicembre 2009, ore 11:13

                         DIMENTICANZE ED INESATTEZZE di GLG (29 novembre)

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Ne Il Giornale di ieri (28 nov.), nell’editoriale, Feltri, parlando di coloro (magistrati) che stanno

organizzando (per la centesima volta) la “caccia all’uomo” (Berlusconi) scrive: “L’obiettivo non è

giudiziario ma politico [scoperta dell’acqua calda, ma che i ‘sinistri’ del ‘ceto medio semicolto’ fanno finta di non capire, mentre il sottoscritto affermò questa banale verità già all’epoca della prima di queste sporche manovre, ‘mani pulite’; vedasi Il teatro dell’assurdo, gennaio 1995; ndr]. Lo andiamo dicendo da mesi [io da anni! ndr]. Berlusconi è considerato ingombrante dalle banche, dalla vecchia ‘aristocrazia’ industriale e del denaro, dal potere togato, dai progressisti sedicenti illuminati, ecc.”.

Esattamente, lo ribadisco, quanto vado affermando dalla “prima manovra sporca” e quanto il blog ripensare marx sostiene dalla sua nascita nel 2006. Solo che Feltri incorre in una dimenticanza che non fu la mia 15 anni fa e nemmeno del blog dal 2006. Si tralascia di nominare esplicitamente il mandante più importante di questa “persecuzione”, quello senza il quale la nostra finanza/industria parassite, la nostra magistratura, la sinistra fellona, non sarebbero in grado di muovere un passo: si tratta di quel mandante che Geronimo (Cirino Pomicino), alcune decine di volte ormai, ha definito “manina d’oltreoceano”.

Chi continua a non nominarla e a non denunciarla all’opinione pubblica – chiarendo

tutto il problema del Southstream (con Eni-Gazprom al fifty-fifty nell’affare; oggi sembra vi sia entrata anche l’EDF francese) e del concorrente Nabucco, nient’affatto europeo, ma voluto dagli Usa in funzione sia contro (la Russia) sia pro (subordinazione piena e indiscussa della Ue ai loro voleri) – rischia di fare una brutta fine.

Anche perché, se il grosso della popolazione (non il “sinistro” ceto medio semicolto di cui sopra)

sapesse la verità, comprenderebbe che la sinistra – al gran completo, compresi gli ottusi bestioni e imbroglioni che si fingono contro “tutti gli imperialismi” (proprio come certi comunisti iracheni e dei paesi arabi, autentici sicari degli Usa) – unita oggi ai rinnegati di destra (omologhi di quelli del

piciismo), è una accolita di traditori dell’interesse nazionale, che come tali andrebbero trattati.

Non si ha affatto a che fare con un’opposizione politica, come anche gli ambienti berlusconiani, in ciò mostrando la corda, cercano di accreditare; si tratta solo di marmaglia al servizio di una potenza straniera che ci vuole asservire, come vorrebbe asservire l’Iran, la Turchia, ecc. che dimostrano però ben altro senso della propria autonomia. L’Italia si sta portando al livello di Georgia e Ucraina.

A proposito di Geronimo, due o tre giorni fa su Libero ha compiuto un altro passo avanti sulla

strada delle troppo lente rivelazioni di quali processi si stiano sviluppando in Italia dal 1992-93. Fra gli attentatori alla nostra politica nazionale, dopo la “manina” di cui sopra, egli ha finalmente scoperto la “borghesia azionista”.

A parte che non esiste più il capitalismo borghese bensì quello dei funzionari del capitale (di matrice americana), Geronimo avrebbe detto meglio se avesse avuto più coraggio: non si tratta di “borghesia” ma dell’antifascismo (falso) dell’ultima ora, quello del fascismo che tradì il 25

luglio ’43. L’ho definito – essendo quest’ultimo essenzialmente “laico” – “azionista”; ovviamente

facendo salvi i “padri nobili” dell’azionismo, di cui questi sono falsi eredi e degradati da quell’evento cruciale del 1943, giacché essi sono più che altro eredi di quelli che “cambiarono casacca” in quel momento cruciale, non certo invece del grande antifascismo.

Proprio per questo, tornando a Feltri, egli commette anche nell’editoriale di oggi un’altra

inesattezza, scrivendo: “quando parlo di avversari non alludo soltanto alla sinistra e ai magistrati che la considerano [si sta direttamente rivolgendo a Berlusconi; ndr] una minaccia per i loro privilegi consolidati, ma anche agli amici che dalla camicia nera sono passati a quella azzurra per finire a quella rossa”. E’ chiara l’allusione a Fini e ai suoi; ma è inaccettabile che si parli ancora di camicia rossa riferendosi ai rinnegati del piciismo, alle toghe, ecc. Abbiamo in tal caso un comportamento speculare rispetto a quello di coloro (ormai quattro gatti) che ancora innalzano la bandiera rossa con falce e martello. Costoro – e noi li stiamo denunciando da quel po’ – sono infidi come serpenti, si mascherano da antimperialisti “a tutto tondo” per meglio essere le squadracce di quelli che poi appoggeranno eventuali sedizioni nel tentativo di rovesciare completamente la nostra politica estera, favorendo al 100% gli Usa (adesso hanno trovato il loro “santino” in Obama, il “diverso”, perché prima con Bush erano in maggiori difficoltà nelle loro luride operazioni).

Sono individui pericolosi, vera riedizione finto-antifascista di sbandati e disadattati di ottusa

violenza. Non hanno camicia rossa né nera; sono ormai gli eversori aperti delle “rivoluzioni colorate” filo-statunitensi, una realtà nuova ma non meno torbida di quelle di altre precedenti epoche storiche.

Dietro di loro se ne stanno, fingendosi opposizione politica, quanti continuano a definirsi “sinistra”, dicui ribadiamo la derivazione dall’“antifascismo laico”, non però dei Rosselli, Calogero, Salvemini, Parri, Calamandrei, bensì quello degli antifascisti dell’ultima ora e dei loro eredi, ormai adusi da lunga pezza a colpire alla schiena. Questa opposizione – grazie alla potenza americana, di cui banche e “vecchia aristocrazia” industriale (ma chi sono? Lo si sa bene e dunque lo si dica) sono i rappresentanti nel nostro paese – trova ormai la sponda in vecchie “camicie nere” che compiono il loro tradimento in ritardo di oltre sessant’anni, ma nel momento opportuno del nuovo avvio verso una fase multipolare, in cui si stanno per il momento giocando le scaramucce iniziali prima di confronti più aspri, che devono attendere i dovuti tempi della maturazione storica.

Da adesso in poi, torneremo con una serie di articoli mirati alla situazione di aperta sedizione che si sta creando in questo paese; e denunceremo in particolare quelli – i sedicenti “rossi”, che sono invece reazionari integrali al servizio dello straniero – che noi conosciamo bene perché sono i rinnegati di quel comunismo cui abbiamo appartenuto e di cui non ci vergogniamo. Disprezziamo però questi cialtroni che lo insozzano fingendosi cultori della falce e martello, quando sono ormai da anni sul pendio del tradimento.

Però, denunceremo anche quelli che, pur di difendere gli Usa, nascondono le losche manovre di tale paese aggressore e arrogante, e sviano l’attenzione continuando a gridare contro inesistenti “rossi”. Così facendo, si stanno perdendo da soli, si stanno suicidando e mandando a puttane l’intero paese che sarà viepiù “come la Chicago degli anni ‘20”: una provincia dell’Impero americano con pretoriani “di sinistra” e di “destra” (i rinnegati delle rispettive bandiere) e con squadracce di azione violenta costituite dai sinistri detti “estremi”, dai “movimenti”, ecc.

Questa la sorte del paese se non ci sarà presto un gruppo “armato” della decisione – e con le giuste relazioni del caso – di liberare il paese da questo pattume. Basta vantarsi della risoluzione dei rifiuti a Napoli.

Se mi si permette, questa spazzatura da asportare è molto più importante. Andrà quindi

appoggiato con un minimo di convinzione solo un gruppo politico capace di assumere una vera

caratura di risanamento radicale della società italiana. Però, è necessario approfondire l’analisi qui appena delineata. E non intendo farlo da solo.

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mercoledì, 07 ottobre 2009, ore 08:43
Gridare al golpe: l'ultimo abuso
di chi si crede padrone del Paese
mauro

Leggete con attenzione queste parole. Le diffondono nel primo pomeriggio i presidenti del gruppo del Popolo della Libertà alla Camera e al Senato, come dire la maggioranza politica che governa il Paese. Due i presidenti e due i vicari. Si chiamano Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e Italo Bocchino. Ricordate questi nomi ché parlano e gridano come oche in Campidoglio nel nostro interesse, a difesa della nostra democrazia. Ecco che cosa dicono e di che cosa, preoccupatissimi, avvertono gli italiani: "Mentre il governo Berlusconi affronta la realizzazione degli impegni assunti con gli elettori, si tenta di delegittimarne l'azione. Siamo certi che questo disegno non troverà spazio nelle istituzioni. Gli attacchi ci portano ad assicurare che in Parlamento, così come nel Paese, il centro destra proseguirà la politica del fare e del governare che nessun disegno eversivo potrà sconfiggere". Disegno eversivo, addirittura. Bisogna drizzare le antenne, essere vigili, accidenti. Accade qualcosa di imprevisto, inimmaginabile e potenzialmente pericoloso e noi che ce ne stiamo qui, sciocchini, a pensare che il Tg1 di Augusto Minzolini sia una sventura per l'informazione e l'opinione pubblica.

La faccenda deve essere terribilmente seria se una maggioranza forte di sovrabbondanti numeri parlamentari, sicura nel consenso popolare e gratificata dall'obbedienza di un establishment gregario perché fragile, decide di lanciare un allarme di questo genere. Disegno eversivo. Viene da immaginare che le forze armate (chi? l'Arma dei carabinieri? l'Esercito? l'Aeronautica o la Marina?) fanno sentire un minaccioso ukase nel Palazzi del governo, sul collo dei ministri il peso della sciabola. O che truppe armate (russe, tedesche?) si preparano a violare i confini nazionali con la complicità di traditori della Patria o formazioni rivoluzionarie stiano guadagnando dai monti le vie che portano a Roma, alla Capitale. Viene in mente, in questo pomeriggio nero, che già al mattino il Brighella che dirige il giornale del capo del governo, ci ha avvertito: c'è un golpe in atto, e noi - maledetti - che non lo avevamo preso su serio, come sempre. Golpe, disegno eversivo. Che diavolo accade, che cosa non abbiamo visto, intuito, compreso? Deve essere proprio vero che l'Italia è in pericolo come mai, se anche il capo del governo, Silvio Berlusconi, l'Egoarca, proprio lui, dice: "Sappiano comunque tutti gli oppositori che il governo porterà a termine la sua missione quinquennale e non c'è nulla che possa farci tradire il mandato che gli italiani ci hanno conferito". L'uomo che comanda tutto vuole dirci - sia benedetto - che non mollerà, che qualcuno vuole levarselo di torno con mezzucci illeciti e antidemocratici, addirittura con la violenza, ma lui - statista tutto d'un pezzo - non gliela darà vinta. L'affare è serio, non c'è dubbio.
Interviene anche l'amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani (e non è questo un segno che la democrazia è in pericolo?) per avvertire che "si vuole colpire Silvio Berlusconi". Conviene svegliarsi, mettersi al lavoro e cercare di capire che cosa minaccia l'Italia, la democrazia, il governo legittimamente eletto dal voto popolare. I quattro dell'apocalisse che dirigono in Parlamento il Popolo della Libertà offrono una traccia: "I contenuti di una sentenza che arriva venti anni dai fatti rafforza l'opinione di quanti pensano che si sta tentando con mezzi impropri di contrastare la volontà democratica del popolo italiano". È una sentenza allora la minaccia per la democrazia? Sì, dice l'Egoarca "allibito": "È una sentenza al di là del bene e del male, è certamente una enormità giuridica". Sì, dice il boss della squadra rossonera: "È assurdo ipotizzare che vi siano stati comportamenti men che corretti di Fininvest e Berlusconi". 4596_a3624
Che cosa avrà mai deliberato questa sentenza? Il carcere per l'Egoarca? Il suo esilio dal Paese che governa? L'interdizione dal pubblico ufficio cui lo hanno chiamato gli italiani? Leggere la sentenza, allora, per capire chi sono i golpisti, dove si nasconde la minaccia per la nostra democrazia. Prima sorpresa.
È una sentenza civile e si tira un sospiro di sollievo perché le motivazioni di un giudice monocratico, appellabili e dunque soltanto primo momento di una controversia tra due soggetti privati (Berlusconi, De Benedetti), non può rappresentare un rischio né per la democrazia né per il governo. Che c'entra il disegno eversivo? Come può essere quella decisione - peraltro non definitiva - addirittura un golpe? E che diavolo ci sarà mai scritto in quella motivazione di 146 pagine che lascia "allibito" l'uomo che comanda tutto? Di Berlusconi si parla in quattro pagine, 119/122. Quel che si legge, lo si può riassumere in pochi punti.
1. Berlusconi fino al 29 gennaio 1994 è stato presidente del consiglio di amministrazione della Fininvest. Indiscutibile, come è indiscutibile che a quella data non era né capo partito né parlamentare né capo del governo. Era soltanto un imprenditore che cura i suoi affari. Come li cura, lo si legge al punto due.
2. Un suo avvocato - suo, di Berlusconi - corrompe il giudice per manipolare una sentenza che consente alla Fininvest di acquisire la Mondadori. L'incarico all'avvocato corruttore lo assegna Berlusconi?
3. Berlusconi, per certi inghippi legislativi che qui è inutile ricordare, deve rispondere non di corruzione in atti giudiziari, ma di corruzione semplice. I giudici decidono di concedergli le attenuanti (è diventato presidente del Consiglio e sembra tenere la retta via: merita riguardo) e, fatti due conti, concludono di "non doversi procedere" contro Berlusconi: "Il reato è estinto per intervenuta prescrizione".
4. Berlusconi non ci sta. Vuole il "proscioglimento nel merito". Chiede che si dica: è innocente. La Cassazione gli dà torto: no, se guardiamo le prove che abbiamo sotto gli occhi, non c'è alcuna evidenza della tua innocenza. Ora, Berlusconi potrebbe rinunciare alla prescrizione. Non lo fa. Si accontenta di essere il "privato corruttore" che, con la complicità dell'avvocato, ha comprato la sentenza.
5. Ragiona ora il giudice civile. È dimostrato che i soldi della corruzione provengono da conti della Fininvest, dove è apicale la posizione di Berlusconi. È "normale" e "ordinario" credere che un bonifico di quella entità (3 miliardi), utilizzato per la corruzione, possa essere inoltrato solo se chi presiede alla compagine sociale l'autorizzi. Questa prova si chiama presuntiva e il giudice scrive: "La prova per presunzioni nel processo civile ha la stessa dignità della prova diretta" e giù - nelle motivazioni - sentenze delle Sezioni unite della Cassazione. Conclude il giudice: "Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva". Ha ragione o torto, lo si vedrà con il tempo.
Questi i fatti e le parole che coinvolgono Berlusconi, uomo di affari che cede all'imbroglio per averla vinta, nella sentenza che condanna la Fininvest a un risarcimento di 750 milioni di euro a favore della Cir di Carlo De Benedetti. Ora non si comprende come l'accertamento di ragioni giuridiche tra due privati e la decisione di un giudice possano compromettere la nostra democrazia e far gridare al golpe. Soprattutto perché sono soltanto privatissimi fatti loro - di Berlusconi e De Benedetti - e non nostri.
Non c'è alcun interesse pubblico in questa storia. Di pubblico ci deve essere soltanto la preoccupazione di chi vede trasformare gli affari dell'Egoarca, condotti negli anni precedenti all'avventura politica con metodi malfamati - in questione politica. Di pubblico ci deve essere soltanto l'allarmata conferma che Berlusconi trasfigura in affare nazionale i suoi affari privati con un'ostinazione che, da un lato, gli impedisce di governare con credibilità e, dall'altro, gli consente di sovrapporre la sua sorte personale al destino del Paese. Come se l'Italia fosse Berlusconi e la sua ricchezza, il suo portafoglio fossero la nostra ricchezza e il nostro portafoglio. Questa sciocchezza la possono riferire i quattro corifei dell'Egoarca, che non temono il ridicolo, o scrivere i Brighella dell'informazione di regime, che ha quotidiana confidenza con la menzogna, ma a chiunque è chiaro che il grido contro l'inesistente disegno eversivo è soltanto l'ultimo abuso di potere di un capo di governo che crede di essere il proprietario del Paese. Giuseppe D'Avanzo

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Lodo Alfano, attesa la sentenza.
I possibili scenari


I 15 giudici della Consulta che devono esprimersi sulla legittimità costituzionale della legge sull'immunità delle alte cariche dello stato sono di nuovo in camera di consiglio. Attesa per la sentenza. Suggerisce Francesco Cossiga, che qualora la Consulta dovesse decidere di «rovesciare il tavolo» sancendo l'illegittimità costituzionale del Lodo Alfano, Silvio Berlusconi dovrebbe ripetere quanto fece Amintore Fanfani nel 1987: presentarsi alle Camere, farsi votare contro dalla sua maggioranza e «sfidare» il Capo dello Stato a tentare di formare un nuovo governo «da bocciare», costringendolo così a sciogliere le Camere.
Quella storia il presidente emerito la conosce bene, visto che a quei tempi era lui l'inquilino del Colle. Ed è possibile che più di qualcuno nel Pdl vi presti attenzione, anche se ieri chi usciva da Palazzo Grazioli, residenza romana del Cavaliere, sprizzava ottimismo. «L'umore di Berlusconi? eccellente come al solito» garantiva Niccolò Ghedini, avvocato del premier nonché parlamentare e protagonista dell'arringa mattutina alla Consulta. «È alle stelle, come i sondaggi», gli faceva eco il vicecapogruppo vicario Italo Bocchino. La sintesi è affidata a Sandro Bondi: «Il premier è sereno perché ha fiducia nella stragrande maggioranza dei magistrati».biani
Ma resta il punto fermo, ripetuto ieri dal presidente del Senato Renato Schifani, che «gli italiani vogliono scegliere il loro governo». E quindi, al di là di quale sarà la pronuncia della Corte, la seconda carica dello Stato, come anche il suo omologo alla Camera Gianfranco Fini, non ritiene possano esserci «sbocchi a governi diversi da quella che è stata la volontà elettorale».
È il leit motiv che tutto il centro-destra va ripetendo in queste ore. L'eventuale bocciatura del Lodo per illegittimità costituzionale – ad esempio perché non sarebbe stata sufficiente la mera legge ordinaria trattandosi di una fattispecie assimilabile all'immunità – è comunque l'ipotesi ritenuta più improbabile nella maggioranza. E in ogni caso, qualora si avverasse, non obbligherebbe certamente Berlusconi alle dimissioni. Formalmente la decadenza dello scudo riaprirebbe i procedimenti contro il premier sospesi dal lodo Alfano, ma non potrebbe imporre a Berlusconi di rimettere il proprio mandato. Anche perché, dicevano ieri alcuni degli esponenti di maggior spicco del Pdl, non coinvolgerebbe soltanto il premier: «Sarebbe una sconfessione anche del presidente della Repubblica». E un fedelissimo del Cavaliere, qual è Giorgio Stracquadanio, ha ulteriormente esplicitato: «È stato proprio il Capo dello Stato che ha posto la premessa tra il diritto di difesa e il dovere di governare».
Il ricorso alle urne al momento appare dunque come una extrema ratio, sbandierata più per enfatizzare il presunto «disegno eversivo» dei cosiddetti poteri forti, che per realismo politico. Così come la discesa in piazza a sostegno del premier annunciata forse un po' troppo precipitosamente lunedì. «La manifestazione? Se la faremo sarà a dicembre e per quella data si capiranno nel frattempo molte cose...», osservavano ieri ai piani alti di Palazzo Madama.
Diverso sarebbe se la Corte, pur non cancellando totalmente lo scudo a difesa delle alte cariche, intervenisse con una pronuncia in cui ne dichiari l'illegittimità parziale, attraverso una sentenza additiva, oppure con un verdetto di rigetto accompagnato da un'interpretazione della norma. In questo caso infatti lo scudo resterebbe sì in vigore, ma dovrebbe essere applicato secondo i criteri decisi dalla Corte. In entrambe le ipotesi è presumibile che si torni davanti al Parlamento, per intervenire con una nuova legge finalizzata a sancire formalmente le motivazioni della Consulta. È un percorso che non viene ritenuto pericoloso nella maggioranza.
I processi a carico del premier rimarrebbero comunque sospesi e dunque non inciderebbero sulla funzione di governo del presidente del Consiglio. Certo – faceva notare qualcuno in Transatlantico – molto dipende da quello che ci sarà scritto nella motivazione. Ma non per eventuali ricadute «tecniche» bensì per quelle politiche. Riaprire il dibattito sarebbe comunque fastidioso, per usare un eufemismo, visto che l'attenzione sarebbe nuovamente concentrata sulle vicende giudiziarie del premier. Ecco perché tutti nella maggioranza sperano che alla fine la scelta della Corte sia per la inammissibilità o infondatezza dei ricorsi contro il lodo: in questo caso lo scudo sopravviverebbe e i processi Mills e Mediaset rimarrebbero sospesi.

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martedì, 15 settembre 2009, ore 11:22

Stasera alle 21, spegni Rai1 e accendi la democrazia

 

porta a porta

Arrestato stamane a Roma il noto conduttore televisivo BRUNO VESPA. Le accuse a lui rivolte sono di associazione mafiosa, spaccio di droga, ricettazione di notizie false e stupro nei confronti delle coscienze degli italiani. Il popolare giornalista è stato tradotto nel carcere di Regina Coeli dalla squadra mobile di Roma che si è avvalsa di sofisticati strumenti di indagine ambientale.
Gli inquirenti hanno accertato il ruolo di spicco di Vespa nel clan dei teleimbonitori, una cosca potente che fa capo a don Silviuzzo. Vespa, al momento della sua cattura, ha pronunciato la frase 'state commettendo un errore', ma qualcuno tra la folla gli ha urlato: 'sei tu un errore, anzi, un orrore della natura'.
Il giornalista aveva avviato una società clandestina di compra-vendita di notizie che funzionava in base agli accordi tra la rai e don Silviuzzo. Ogni informazione, tesa allo svelamento della verità, doveva necessariamente essere sottoposta al vaglio della sua censura oppure abilmente modificata. In questo modo, Vespa ha potuto assicurare un'ottima propaganda di regime.
Secondo gli inquirenti, il filtraggio di notizie nella trasmissione Porta a Porta ha cagionato una sostanziale modifica della coscienza critica dell'opinione pubblica che ora appare assai ammansita, non più in grado di discernere il vero dal falso.
I reati commessi da Bruno Vespa sono stati reiterati per anni e da alcune fonti si dipana anche un'altra accusa nei suoi confronti, quella di spaccio di droga. Tale accusa è stata avvalorata dalle indagini dei NAST (Nuclei Anti Sofisticazioni Televisive) che hanno equiparato Porta a Porta ad una droga pesante, in grado di alterare le capacità percettive degli italiani. Secondo indiscrezioni, il generale dei NAST starebbe conducendo analisi a campione su altri conduttori televisivi della rai. Pare che Riotta abbia lasciato il nostro Paese.
L'ATI (Associazione Telespettatori Italiani) ha già realizzato un plastico della cella che verrà portato in processione permanente, in tutte le piazze d'Italia.
Nella cella è previsto un monitor che manderà in onda tutte le puntate de 'Il Fatto' di Enzo Biagi, in loop, per tutta la durata della detenzione.

Ma cosa fuma??

"Troppi farabutti in politica, stampa e tv"...parlava di lui??
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